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“Dove si mangia non c’č crisi”

Tale convinzione (molto discutibile) è radicata nel cervello di molti almeno stando a quanto ci riferiscono alcuni nostri lettori che lamentano di essere scherno di amici e clienti, i quali, nel commentare crisi e congiuntura non trovano di meglio da dirgli: “Ma di cosa ti preoccupi tu con la tua attività, tanto, dove si mangia non c’è crisi”.
Possiamo ben comprendere l’incazzatura di questi amici ristoratori quando viene loro rinfacciata questa autentica bestemmia.
Questo luogo comune - frutto probabilmente di antichi bisogni e di quando il cibo per l’uomo era la necessità primaria - ha causato molti danni e stravolto il mercato. Oggi, almeno nel mondo occidentale, il mangiare è un atto che non desta più particolari apprensioni: di cibo ce n’è a iosa, basti pensare alle tonnellate e tonnellate che ogni giorno vanno a finire nella spazzatura.
Ma il retaggio resta forte e compatto come un monolite: chi vende cibo fa sempre affari.
Il problema più grosso è che dietro questa convinzione sempre più inoccupati, disoccupati e cassaintegrati prossimi (purtroppo) a perdereberlusconi.jpg il posto di lavoro hanno pensato, e pensano, che la soluzione più semplice alla loro necessità di procurarsi un lavoro è uno stipendio sia quella di lanciarsi nel mondo della ristorazione: perché appunto, dove si mangia non c’è crisi.
Questo pervicace convincimento negli ultimi tempi ha fatto proliferare un esagerato numero di aperture di nuovi locali.
Neo diplomati di buona volontà, ex cassaintegrati metalmeccanici, muratori, casalinghe tuttofare con la necessità di arrotondare e baby pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese; a questi aggiungiamoci anche gli extracomunitari, sempre più numerosi, che vedono nell’apertura di una propria pizzeria la definitiva conquista del benessere economico. Un esercito vario e variegato che si mette a far da mangiare e a sfornare pizze, a fare caffè e servire aperitivi. Il più delle volte senza un’adeguata preparazione professionale. Il risultato è stato che la qualità media dell’offerta della ristorazione italiana è calata, e di controcanto è aumento il rapporto della nati-mortalità delle aziende. Perché ,se molti locali ogni giorno aprono o passano di gestione, tanti altri ogni giorno chiudono malinconicamente i battenti, perché senza preparazione, anzi con l’improvvisazione, non si va da nessuna parte. Altro che dove si mangia non c’è crisi.
In Italia oggi fra bar, ristoranti, pizzerie e altri posti similari dove si può bere e mangiare ci sono circa 300.000 locali. Sono tanti, troppi per quella che è effettivamente la domanda, il risultato è che nei locali entrano sempre meno clienti e quando ci entrano, si contano i soldi in tasca e magari decidono di prendere una pizza in due.


01/02/2012

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