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Per favore non dilapidiamo la pizza

“Una pizza ci salverà” era il titolo di un nostro editoriale di qualche anno fa, nel quale parlavano della crisi che attanaglia il paese, ma soprattutto si parlava del fatto che la pizza, questo cibo low cost, ormai entrato indissolubilmente nelle abitudini alimentari degli italiani, rappresenta un’ottima ricetta anticrisi.
Se ne consumano udite udite ogni anno più o meno 3 miliardi, muovendo qualcosa come 9 miliardi di euro, e chi bene, chi meno bene, oltre 50 mila locali la sfornano. Bei numeri vero? Alquanto confortanti in un momento in cui si fa fatica a pensare all’economia in maniera positiva.
Ma c’è un dato paradossale: nonostante girino tutti questi soldi e gli italiani vogliono sempre più pizza, mancano i pizzaioli. All’incirca 6000.bimbo-pizzaiolo.jpg
Ma come, con la disoccupazione alle stelle, più di 3 milioni di persone senza lavoro dei quali la stragrande maggioranza giovani e manca chi potrebbe trovare un lavoro sicuro e portarsi a casa uno stipendio discreto? 
“Ma no, è un mestiere faticoso! Chi me lo fa fare a lavorare di sera, sabato e domenica compresi! Non mi piace, fa troppo caldo vicino al forno. È stressante dover fare sempre in fretta con le comande che ti arrivano da tutte le parti”.
Questi sono i commenti, o se volete i luoghi comuni che tengono lontani i giovani (non tutti grazie al cielo) dal mondo della pizza. Giovani dalla camicia fresca destinati a restare disoccupati, figli di papà che pur se giunti intorno ai trenta continuano a rovistare nella borsetta di mamma.
Però non sempre è così, al contrario ce ne sono di giovani pizzaioli che sono più innamorati del loro lavoro che non della loro moglie o fidanzata.
Ragazzi così in gamba che rappresentano un mirabile esempio di come ce la si possa fare.
Ma non bastano. Oggi, per lo più, i nuovi pizzaioli nel nostro paese sono stranieri ed extracomunitari. A Milano per esempio sono quasi tutti egiziani.
Con tutto il rispetto e sottolineiamo rispetto per i pizzaioli stranieri, che comunque sono bravi e sgobbano duro e tengono in piedi un sistema produttivo, è un ovvio controsenso che, nel paese della pizza, la pizza viene fatta da altri.
Ma così va ormai il mondo, del resto, ad esempio la città con più pizzerie al mondo non è Napoli, bensì San Paolo in Brasile.
Il rischio è che questo piatto anticrisi possa poi finire nelle mani di altri, che il business della pizza possa migrare con tanti saluti dalla bella Italia, che la cultura della pizza autenticamente italiana possa essere contaminata (come già avviene) e quindi nel tempo farle perdere forza e identità.
Quando le Istituzioni capiranno che la pizza è un patrimonio nazionale che va difeso, tutelato, promosso?
Quando soprattutto gli addetti ai lavori con le relative associazioni la smetteranno di scornarsi a vicenda e troveranno la voglia e il coraggio di fare squadra, di fare sistema?
Allora la pizza, nel suo piccolo, ma non tanto, non potrà che aiutare questa nostra Italia a fare di più e meglio.
Ma riusciranno i nostri eroi nell’ardua impresa di fare sistema e volersi bene?
I dubbi sono fortissimi. Del resto siamo un popolo di autolesionisti per eccellenza.
Nel senso che facciamo di tutto per dissipare le nostre eccellenze.
La nostra recente storia è lastricata di aborti e suicidi economici. Prendiamo per esempio il mercato dell’informatica: lo sapevate che con la Olivetti negli anni 60, quando ancora Steve Jobs la mela la mangiava cotta e grattugiata, eravamo i primi al mondo? E poi? Un po’ di malasorte, la prematura morte di Adriano Olivetti, la cieca politica che non sa guardare oltre il proprio orticello, e tutto è andato a scatafascio.
Oppure prendiamo il campo dei telefonini: sempre negli anni 80 avevamo produttori all’avanguardia. E adesso?
Adesso siamo i più grossi acquirenti di telefonini al mondo (nel senso che ne abbiamo almeno un paio a testa sostituendoli alla velocità della luce) ma compriamo dall’estero.
A breve anche l’automobile potrebbe fare la stessa fine. Senza contare il settore turistico. Eravamo i numeri uno negli anni 60, oggi siamo nelle retrovie, pur vantando il più grande, enorme e bellissimo patrimonio storico culturale paesaggistico dell’intero pianeta.
Pensate il settore del turismo incide sul nostro PIL solo un misero 3,3%. Una miseria in confronto alla ricchezza che abbiamo. E allora, per favore teniamoci almeno la pizza. Ecchecavolo!


05/06/2013

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